La sanzione è di 8.000 euro, che in termini GDPR è poco più di un richiamo. Ma il provvedimento con cui il Garante ha chiuso il procedimento contro ASIS, l'Azienda Speciale per la Gestione degli Impianti Sportivi del Comune di Trento, è utile per una ragione che va oltre l'importo: espone con chiarezza un errore di ragionamento che in Italia si ripete in ogni palestra, in ogni stabilimento produttivo e in ogni magazzino con uno spogliatoio.
L'errore è questo: avere un buon motivo non è avere una base giuridica.
I fatti
Il provvedimento n. 619, approvato dal Collegio il 3 settembre 2026 (doc. web n. 10294255) e comunicato nella newsletter dell'Autorità dell'11 settembre, nasce da segnalazioni e articoli di stampa sulla presenza di telecamere negli spogliatoi della piscina del Centro sportivo Trento Nord, a Gardolo.
Le telecamere erano state installate a partire dal 2007 e riprendevano l'area degli armadietti in cui gli utenti custodiscono gli effetti personali. La finalità dichiarata da ASIS era concreta e documentata: prevenire e accertare i furti di portafogli e telefoni che si verificavano nella struttura.
Le riprese non comprendevano le cabine per il cambio, le docce e i servizi igienici. Non è bastato. Il Garante ha rilevato che l'area interessata è comunque un luogo caratterizzato da un'elevata aspettativa di riservatezza, e che l'uso della videosorveglianza in ambienti simili è ammesso esclusivamente in presenza di una comprovata e stringente necessità, senza mai ledere la dignità, l'intimità o i diritti delle persone.
Le contestazioni sono quattro, e conviene separarle:
- Assenza di una base giuridica adeguata, con conseguente violazione dei principi di liceità, correttezza e trasparenza.
- Carenze nell'informativa agli utenti sulla presenza e sulle caratteristiche del sistema.
- Informativa specifica ai lavoratori ripresi fornita soltanto nel giugno 2026, cioè dopo l'avvio dell'istruttoria. Diciannove anni dopo l'installazione.
- Conservazione delle immagini per 72 ore non supportata da alcuna valutazione che ne dimostrasse la necessità.
Nel corso del procedimento ASIS ha disattivato e rimosso le telecamere dagli spogliatoi, aggiornato cartellonistica e informative dell'intero impianto di videosorveglianza e ridotto i tempi di conservazione a 12-24 ore. La collaborazione e l'assenza di precedenti hanno pesato sull'importo contenuto della sanzione, che secondo il Dolomiti è stata peraltro definita in misura ridotta con pagamento immediato.
Il seguito, che è la parte interessante
Dopo lo spegnimento delle telecamere i furti sono ricominciati. Il presidente di ASIS Martino Orler riferisce che in una sola giornata a Gardolo sono stati forzati una decina di armadietti. La vicesindaca e assessora allo Sport Elisabetta Bozzarelli aggiunge che il fenomeno ha riguardato anche il centro Manazzon, dove la vigilanza è stata raddoppiata senza risolvere. Il sindaco Franco Ianeselli parla di un bilanciamento «non sempre facile». Il Comune annuncia che riaprirà un confronto con il Garante per capire come reinstallare un sistema in forma conforme.
È un dato che merita di essere preso sul serio, non liquidato. Le telecamere funzionavano come deterrente. Il problema è che «funziona» non è il criterio, e la vicenda di Trento è l'illustrazione più pulita del perché.
Perché una finalità legittima non basta
Il GDPR non chiede a un titolare di avere un buon motivo. Chiede di superare, nell'ordine, tre soglie diverse, e la videosorveglianza le fallisce spesso non sulla prima ma sulla seconda.
La finalità deve essere legittima. Contrastare i furti lo è, senza discussione.
La necessità richiede che non esista una misura meno invasiva capace di raggiungere lo stesso obiettivo. Ed è qui che il ragionamento di ASIS si interrompe. La domanda giusta non è «le telecamere riducono i furti?» — la risposta è evidentemente sì — ma «esiste qualcos'altro che riduca i furti e non riprenda persone in uno spogliatoio?». Armadietti con serratura elettronica o a gettone, custodia valori alla reception, ricollocazione degli armadietti in un'area comune fuori dallo spogliatoio, controllo degli accessi al varco, presidio del personale, telecamera all'ingresso dello spogliatoio anziché sull'area armadietti: sono tutte opzioni che vanno valutate e, se scartate, documentate come insufficienti. Se questa valutazione non è stata fatta e messa per iscritto, il test di necessità è fallito a prescindere da quanto bene funzionassero le telecamere.
La proporzionalità pesa il sacrificio imposto agli interessati contro il beneficio ottenuto. Un portafoglio vale meno della ripresa quotidiana di persone che si spogliano, e il Garante è stato costante su questo punto per anni: il danno patrimoniale non giustifica l'intrusione sulla dignità.
C'è poi un elemento che il provvedimento segnala e che nella pratica italiana è il vero moltiplicatore di rischio. Negli spogliatoi di un impianto sportivo non ci sono solo utenti: ci sono lavoratori. Quando un impianto di videosorveglianza riprende, anche solo potenzialmente, l'attività dei dipendenti, si entra nell'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970), richiamato dall'articolo 88 del GDPR e dall'articolo 114 del Codice privacy: serve un accordo con le rappresentanze sindacali o, in mancanza, l'autorizzazione dell'Ispettorato territoriale del lavoro. Senza quel passaggio il trattamento è illecito a prescindere dal resto, e la mancanza di quell'atto è tra le prime cose che l'Autorità verifica. Nel caso di Trento l'informativa ai lavoratori è arrivata diciannove anni dopo l'installazione, il che dice abbastanza su quanto quel fronte fosse stato considerato.
Cosa significa per le aziende italiane
Il primo punto è che questo provvedimento non riguarda solo le piscine. Riguarda chiunque abbia uno spogliatoio: industria manifatturiera, logistica, sanità, grande distribuzione, ristorazione, cantieristica, pulizie, oltre naturalmente a palestre, centri sportivi, spa e stabilimenti balneari. In tutti questi contesti il furto negli armadietti è un problema reale e ricorrente, e in tutti la tentazione tecnica è la stessa. Se c'è una telecamera che inquadra un'area spogliatoio — anche solo di striscio, anche solo «l'ingresso» che però riprende le prime file di armadietti — vale la pena riguardarla oggi, non quando arriva una segnalazione.
Il secondo punto riguarda il tempo di conservazione, ed è quello su cui si sbaglia più spesso in buona fede. Non esiste un limite legale fisso, e questa è la fonte dell'equivoco: molti installatori configurano 72 ore, o sette giorni, o trenta, perché «si può». Il criterio è un altro. Il provvedimento generale dell'Autorità in materia di videosorveglianza indica come orientamento un periodo molto breve, di norma nell'ordine delle 24 ore, e le linee guida EDPB 3/2019 chiedono che ogni giorno in più sia giustificato rispetto alla finalità. Nel caso ASIS le 72 ore non sono state contestate perché troppe in assoluto, ma perché nessuno aveva scritto perché servissero. È una differenza sostanziale: si può difendere una conservazione più lunga, non si può difendere una conservazione non motivata. Che ASIS sia poi scesa a 12-24 ore suggerisce che quella motivazione, in effetti, non ci fosse.
Il terzo punto è il più costoso da ignorare. Gli 8.000 euro non sono il danno. Il danno è che ASIS ha perso l'impianto, ha dovuto rimuoverlo, oggi subisce i furti che il sistema conteneva e dovrà ricominciare da capo un percorso amministrativo per rimetterne in piedi uno conforme. Se nel 2007 — o in qualunque momento dei diciannove anni successivi — qualcuno avesse fatto una valutazione d'impatto seria, considerato le alternative, coinvolto le rappresentanze dei lavoratori e magari spostato gli armadietti fuori dall'area di massima riservatezza, oggi l'impianto sarebbe probabilmente ancora acceso in una forma diversa. La conformità non era l'alternativa alla sicurezza: era il modo per tenersela.
Vale anche la pena notare, per chi segue i procedimenti dell'Autorità, che questo è il terzo provvedimento in pochi giorni in cui la collaborazione del titolare durante l'istruttoria produce un abbattimento marcato dell'importo — come nel caso dell'azienda sanitaria di Udine. Chi riceve una richiesta di informazioni dal Garante ha un margine reale, e va usato mettendosi in regola durante il procedimento anziché difendendo la posizione originaria.
Cosa fare subito
- Censire tutte le telecamere che inquadrano, anche parzialmente, spogliatoi, aree armadietti, zone di cambio, locali di riposo e aree di pausa. Guardare le riprese reali, non le planimetrie: l'angolo di campo effettivo è quasi sempre più ampio di quello documentato.
- Verificare l'accordo sindacale o l'autorizzazione dell'Ispettorato del lavoro per ogni impianto che possa riprendere lavoratori. È il singolo requisito la cui assenza rende il trattamento illecito indipendentemente da tutto il resto.
- Mettere per iscritto la valutazione delle alternative: quali misure meno invasive sono state considerate, perché sono state ritenute insufficienti, con quali dati. Senza questo documento il test di necessità non è superabile in sede di ispezione, anche se il ragionamento è stato fatto a voce.
- Giustificare il tempo di conservazione in modo specifico, legandolo al tempo realisticamente necessario a rilevare un evento e ad attivare le forze dell'ordine. In assenza di una motivazione scritta, allinearsi a 24 ore.
- Rivedere le informative: cartellonistica visibile prima di entrare nell'area ripresa, informativa completa disponibile, e informativa distinta per i lavoratori. L'informativa agli utenti non copre il personale.
- Valutare la riprogettazione fisica prima di quella tecnologica. Spostare gli armadietti in un'area comune, adottare serrature elettroniche, offrire una custodia valori: soluzioni che eliminano il problema invece di sorvegliarlo, e che non richiedono alcuna base giuridica.
- Aggiornare il registro dei trattamenti e, dove ricorre, la DPIA. La videosorveglianza sistematica di aree accessibili al pubblico rientra nei casi in cui la valutazione d'impatto è tipicamente richiesta.
- Se un impianto esistente è dubbio, spegnerlo mentre lo si mette a norma. Continuare a registrare durante la verifica aggiunge violazioni ogni giorno che passa.