Negli ultimi mesi il fenomeno del ransomware in Italia ha cambiato volto, tornando con forza al centro della scena dopo un periodo in cui sembrava in lieve calo. Le analisi più recenti mostrano un dato che dovrebbe far riflettere chi guida una piccola o media impresa: i criminali informatici hanno scoperto che le PMI del nostro Paese rappresentano un bersaglio quasi ideale, e si stanno organizzando di conseguenza.

Perché le PMI sono diventate un obiettivo privilegiato

Il ragionamento dei gruppi criminali, ricostruito dagli analisti del settore, è abbastanza lineare: le piccole e medie imprese italiane hanno spesso fatturati tutt'altro che trascurabili e dipendono dai propri sistemi informatici tanto quanto le grandi multinazionali, ma a differenza di queste ultime investono molto meno in strumenti di difesa e dispongono di tempi di reazione più lenti in caso di incidente. Una combinazione che, agli occhi di chi organizza questi attacchi, si traduce in un rapporto rischio-guadagno particolarmente favorevole.

A finire nel mirino, secondo le ricostruzioni più recenti, sono soprattutto aziende manifatturiere con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 300, concentrate in particolare nel Nord Italia, ma anche studi professionali, cliniche private e fornitori di servizi B2B. Si tratta spesso di attacchi descritti come "silenziosi": colpiscono realtà che non fanno notizia a livello nazionale, ma che per i loro titolari rappresentano comunque un colpo durissimo, sia dal punto di vista economico sia da quello reputazionale.

Il copione si è fatto più sofisticato

Rispetto al passato, il modello operativo dei gruppi ransomware attivi nel 2026 si è fatto più articolato e insidioso. Prima di azionare la cifratura dei sistemi, che blocca l'operatività dell'azienda, gli aggressori procedono a una fase di esfiltrazione: copiano e portano fuori dall'organizzazione grandi quantità di dati, che possono includere documenti di fatturazione, contratti riservati, comunicazioni email dei dirigenti e informazioni personali di dipendenti e clienti.

Questo approccio "doppia estorsione" mette le vittime davanti a un ricatto su due fronti: da un lato la paralisi operativa causata dalla cifratura dei file, dall'altro la minaccia di pubblicare online i dati sottratti se non viene pagato un riscatto. Tra i casi più recenti emersi nelle cronache di settore figura quello di Datamatic S.p.A., azienda attiva nella distribuzione di elettronica di consumo, colpita a maggio 2026 da un attacco attribuito al gruppo ransomware noto come "TheGentlemen".

Cosa possono fare le imprese per proteggersi

Di fronte a un quadro di questo tipo, gli esperti del settore concordano su alcune priorità che le PMI dovrebbero affrontare senza ulteriori rinvii: tenere i sistemi e i software costantemente aggiornati, dotarsi di backup dei dati conservati anche offline o comunque isolati dalla rete aziendale, formare il personale sul riconoscimento delle email di phishing (che restano uno dei principali canali d'ingresso per questi attacchi) e predisporre, prima che sia troppo necessario, un piano di risposta agli incidenti che stabilisca con chiarezza chi deve fare cosa nelle prime ore successive a una scoperta di compromissione. Aspettare che l'attacco arrivi per improvvisare una reazione è, secondo tutte le analisi disponibili, la strategia peggiore possibile.